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Organizzazioni rivoluzionarie internazionaliste convocano manifestazioni per la Palestina il 29 novembre (Italian)

11/11/2025
σε International Texts
Διεθνιστικές επαναστατικές οργανώσεις καλούν σε διαδηλώσεις για την Παλαιστίνη στις 29 Νοέμβρη
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Organizzazioni internazionaliste e rivoluzionarie di tutto il mondo chiamano a una nuova ondata coordinata di manifestazioni il 29 novembre per rilanciare il movimento di solidarietà con il popolo palestinese. L’iniziativa è partita dall’Italia, dove si sta anche cercando di organizzare uno sciopero il 28 novembre. L’appello sottolinea la necessità di rilanciare e rafforzare le lotte degli ultimi mesi, con l’obiettivo di ottenere la massima partecipazione della classe operaia organizzata e un blocco più ampio e duraturo della macchina logistica di guerra che sostiene Israele.

Article in Greek, Spanish, English 

Non esiste alcun “piano di pace”. Per fermare il genocidio in Palestina, dobbiamo demolire la macchina di morte sionista-occidentale!

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Rilanciamo il movimento internazionale a sostegno della resistenza del popolo palestinese!

Fermiamo la corsa alla guerra, l’economia di guerra e lo Stato di polizia!

Il 2 settembre, a Sharm el-Sheikh, Trump ha venduto al mondo il suo “piano” come un piano di pace atteso da tre millenni. Sono bastate tre settimane per rendersi conto che non c’è nemmeno l’ombra della pace, e neppure un vero cessate il fuoco, tanto meno una pace giusta. Si tratta semplicemente di una tregua, strappata dalla straordinaria forza del popolo palestinese e dalla sua resistenza armata, nonché dalla pressione esercitata dalla crescita e dall’estensione di un enorme movimento di solidarietà globale – una tregua fragile ripetutamente violata dallo Stato sionista, che ha causato centinaia di morti e feriti tra i palestinesi a Gaza. Inoltre, l’esercito israeliano è tornato a bombardare il Libano e lo Yemen, mentre i coloni hanno intensificato gli attacchi fisici e la demolizione degli ulivi in Cisgiordania. Nel frattempo, la Knesset ha dichiarato la Cisgiordania parte del territorio israeliano.

Il boia Netanyahu, al potere grazie al sostegno degli Stati Uniti e dell’UE, non ha assolutamente rinunciato al “Grande Israele” né a “finire il lavoro a Gaza”: ovvero sterminare le forze di resistenza armata, annettere gran parte della Striscia e provocare, con nuovi massacri e il blocco degli aiuti alimentari, un esodo di massa da Gaza. Il piano di Trump, che non rinnega le rivendicazioni del “Grande Israele”, esprime un progetto ancora più ambizioso: coinvolgere i regimi arabi in una pacificazione totale con un Israele ampliato e ‘sicuro’, in modo da cancellare per sempre la “questione palestinese” trasformando Gaza in un resort di lusso (come nell’osceno video AI dello scorso anno) e promuovendo cambiamenti di regime in diversi Stati in direzione di un generale ridisegno del Medio Oriente favorevole all’imperialismo statunitense.

I due progetti – un “Grande Israele” e un “nuovo Medio Oriente” sotto il dominio degli Stati Uniti e integrato con la macchina della NATO – possono avere punti di attrito, ma hanno la stessa essenza colonialista e schiavista, sia nei confronti del popolo palestinese che delle masse sfruttate e oppresse di tutto il Medio Oriente. E certamente non saranno le reazionarie borghesie arabe ad ostacolare davvero questi progetti. Né lo farà la Russia di Putin, che si è congratulata con Trump per il suo “piano”; né l’India, grande amica di Israele; né il Brasile, che continua a fornirgli le enormi quantità di petrolio necessarie per portare avanti la sua occupazione e il suo genocidio; né la Cina, grande esportatrice di merci e capitali verso Israele. Il cinismo della politica geostrategica borghese è comune in Oriente e in Occidente, come dimostrano gli sforzi della Russia per mantenere la sua influenza e le sue basi in Siria, cooperando con il nuovo regime di Jolani, o gli sforzi diplomatici della Cina per ripristinare le relazioni tra Iran e Arabia Saudita che faciliteranno il suo piano per la nuova Via della Seta economica e commerciale. Nonostante il loro antagonismo, alla fine tutti concordano sul disarmo della resistenza palestinese e sulla falsa “soluzione dei due Stati”.

Consapevoli dell’assoluta necessità di una tregua, sia per le masse straziate e affamate della popolazione di Gaza, sia per riorganizzare i propri ranghi, e dato il contesto dell’isolamento e dell’estorsione esercitati dai leader arabi e dai paesi vicini della regione, le forze della resistenza palestinesi hanno accettato di operare, almeno formalmente, nell’ambito del “piano Trump”. Ma hanno già dovuto fare i conti con il fatto che Trump sarà tutt’altro che un mediatore onesto tra loro e la banda genocida al potere in Israele. La strada per stabilizzare la tregua è piena di insidie; la strada verso la libertà dall’oppressore sionista e la vera autodeterminazione è ancora molto lunga e richiede la demolizione del “piano Trump”. Certamente non sarà facilitata da mani straniere chiamate ad amministrare “provvisoriamente” Gaza, interessate solo a partecipare alla spartizione delle ricchezze rubate ai palestinesi e che cercheranno di ricattare e soggiogare i palestinesi di Gaza attraverso le manovre di “ricostruzione”.

Più che mai, la causa della liberazione nazionale e sociale del popolo palestinese è nelle mani delle masse oppresse e sfruttate della Palestina e dell’intero mondo arabo-islamico, e del movimento globale di solidarietà e sostegno per una Palestina libera dal fiume al mare. Questo, e solo questo, è il vero asse della resistenza alla macchina di distruzione e morte di Israele, all’imperialismo occidentale che lo sostiene con ogni mezzo materiale, militare, diplomatico e culturale, e ai suoi complici, arabi e non arabi.

Con l’eccezione delle organizzazioni di resistenza nello Yemen e in Libano, il sostegno alla leggendaria resistenza del popolo palestinese nel mondo arabo-islamico è stato inferiore al necessario, specialmente in un Paese chiave come l’Egitto. Il caso della Turchia di Erdogan è rivelatore. Lì ci sono stati due tipi di manifestazioni: proteste di sincera solidarietà con la Palestina, che denunciavano il continuo commercio del governo dell’AKP con Israele e che sono state successivamente represse dallo Stato; e manifestazioni ufficiali, organizzate dal governo dell’AKP per distrarre la sua base islamista. Ebbene, Erdogan non ha esitato ad accogliere con favore il piano di Trump, poiché i suoi principi sono comuni al suo regime e servono sia alle aspirazioni della borghesia turca di rafforzare la sua influenza come potenza regionale, sia a schiacciare le lotte della classe operaia e della gioventù turca. La natura brutalmente repressiva dei regimi militari e delle monarchie arabe funge da maglio contro l’azione delle masse. La repressione delle rivolte della Primavera Araba, con la collaborazione delle classi borghesi locali e delle potenze imperialiste, ha impedito un esito rivoluzionario. Ma rimane uno scenario estremamente convulso, con ribellioni e rivolte come in Libano, Iran, Algeria e Sudan, che ha portato a un’ondata di passività tra i lavoratori e i giovani oppressi. Le profonde cause sociali delle rivolte permangono e si stanno acuendo. Lo dimostra la recente ondata di proteste in Marocco contro la povertà e lo sfruttamento. La causa palestinese potrebbe essere ancora una volta la miccia che darà fuoco alle baraccopoli del mondo arabo.

Al contrario, grazie anche alla Global Sumud Flotilla, il movimento filopalestinese in alcuni paesi europei si è recentemente rafforzato, compiendo un significativo salto di qualità e di dimensioni nelle ultime settimane, con scioperi generali in Italia, Grecia e Spagna e massicce manifestazioni di piazza, soprattutto in Italia. Fino ad ora, anche dove questo movimento è stato molto diffuso (come nel Regno Unito), la classe operaia organizzata è stata coinvolta in modo marginale. Gli ultimi scioperi hanno iniziato a colmare questa lacuna, soprattutto in alcuni porti e in alcuni settori della logistica terrestre (magazzini, ferrovie, trasporti locali), dove la partecipazione allo sciopero è stata significativa. Coloro che sono scesi in piazza in massa sono stati principalmente giovani proletari autoctoni e immigrati di seconda o terza generazione che, oltre a condannare il genocidio e Israele, hanno espresso in vari modi la loro solidarietà incondizionata alla resistenza palestinese. Altrettanto forte e diffusa in tutta Europa è stata la condanna dei governi nazionali e dell’Unione Europea in quanto complici del genocidio, della pulizia etnica e del sostegno al “piano” di Trump.

Il vero rischio ora è che questo movimento si senta in qualche modo soddisfatto della tregua instabile in corso. Invece, è più che mai necessario rilanciare e rafforzare le lotte degli ultimi mesi, puntando al massimo coinvolgimento della classe lavoratrice organizzata e al blocco più ampio e duraturo possibile della logistica bellica che sostiene Israele. Israele dipende fortemente dalle massicce forniture di armi e merci che transitano attraverso i porti e i territori europei, o anche arabi (si pensi al Marocco). La sua macchina di distruzione e morte sarebbe gravemente indebolita, fino al punto di essere paralizzata, da un boicottaggio attivo, organizzato e coordinato a livello internazionale delle forniture di armi e merci.

La Giornata internazionale di solidarietà con il popolo palestinese del 29 novembre – sebbene proclamata da un’istituzione, come l’ONU, che è all’origine della tragica storia di questo popolo, con la sua legittimazione dello Stato di Israele e la pulizia etnica originaria attraverso la quale è stato creato – potrebbe essere l’occasione per questo rilancio. In Italia, sarà preceduta da un nuovo sciopero generale indetto da tutti i sindacati di base per venerdì 28 ottobre. E questo potrebbe essere un utile spunto per molti altri paesi.

Spetta alle forze internazionaliste, attente a tutto ciò che accade oltre i propri confini nazionali, raccogliere questa spinta e cercare di generalizzarla. Spetta ai militanti internazionalisti in Italia fare in modo che lo sciopero del 28 novembre superi gli stretti confini del sindacalismo di base e coinvolga, come è avvenuto il 3 ottobre, centinaia di migliaia di lavoratori, sia iscritti alla CGIL che non iscritti al sindacato.

Altrettanto importante è che il rilancio del movimento palestinese sia affiancato dalla lotta contro la corsa agli armamenti, l’economia di guerra e la guerra che infuria in un numero crescente di paesi in tutto il mondo, mentre continuano ininterrottamente il massacro tra NATO e Russia in Ucraina e quello perpetrato dalle bande militari in Sudan, incitate dalle potenze straniere. Altri focolai di guerra sono pronti a esplodere in America Latina, in Africa e nei Balcani. I governi capitalisti, a cominciare da quelli delle grandi potenze, si stanno dotando di una legislazione sempre più repressiva, agiscono come veri e propri Stati di polizia, in preparazione dell’imposizione di nuovi, enormi sacrifici alle classi lavoratrici e ad una parte delle classi medie. Le misure “eccezionali” adottate ovunque, dagli Stati Uniti al Regno Unito alla Germania e all’Italia, contro i militanti solidali con la resistenza palestinese sono un assaggio delle misure draconiane con cui i governi borghesi di ogni colore, sia fascisti che laburisti, cercheranno di stroncare sul nascere il conflitto di classe che inevitabilmente si riaccenderà.

Già il 24 febbraio dello scorso anno, le forze internazionaliste si sono coordinate per portare nelle strade di una ventina di paesi un’unica piattaforma di lotta. Rinnoviamo questo impegno con l’obiettivo di compiere ulteriori progressi verso la creazione di un campo proletario internazionalista indipendente da tutti gli Stati capitalisti, volto a migliorare il salario, le condizioni di lavoro e di vita dei lavoratori, a fermare la corsa all’economia di guerra (con i suoi pesanti sacrifici) e alla guerra, e a trasformare la guerra interimperialista in rivoluzione sociale. Conduciamo questa lotta promuovendo la costituzione di partiti proletari rivoluzionari indipendenti e di un’Internazionale proletaria rivoluzionaria.

Più che mai, al fianco del popolo palestinese e della resistenza contro il colonialismo sionista-occidentale!

Basta con i bombardamenti, l’assedio e la fame inflitti a Gaza; libertà per tutti i prigionieri palestinesi!

Ritiro immediato e incondizionato dell’esercito sionista da Gaza e dei coloni dalla Cisgiordania!

Blocchiamo la fornitura di armi e merci a Israele; boicottiamo le imprese israeliane! Spezziamo tutte le relazioni con lo Stato sionista!

Palestina libera dal fiume al mare!

Per l’unità rivoluzionaria dei popoli del Medio Oriente, liberi dal dominio capitalista e imperialista!

Per un fronte di classe internazionale e internazionalista contro i governi capitalisti e le guerre del capitale!

Lavoratori e oppressi di tutto il mondo, uniamoci!

KA –Communist Liberation- Κομμουνιστική Απελευθέρωση (Greece)
PO – Workers Party (Argentina)
SEP – Socialist Workers Party (Turkey)
SWP – Socialist Workers Party (Great Britain)
TIR – Revolutionary Internationalist Tendency (Italy)
Anticapitalistas (Peru)
Comunistas (Cuba)
DSIP – Devrimci Sosyalist İşçi Partisi – Revolutionary Socialist Workers Party (Turkey)
Fuerza 18 de octubre (Chile)
GAR – Grupo Acción Revolucionaria (Mexico)
International Socialists (Botswana)
International Socialists (Canada)
Internationale Socialister (Denmark)
Linkswende (Austria)
Marx21 (Spanish State)
Pracownicza Demokracja – Workers Democracy (Poland)
Revolutionary Left Current (Syria)
Solidarity (Australia)
Σοσιαλιστικό Εργατικό Κόμμα (Greece)
Socialist Workers League (SWL, Nigeria)
Socialistická Solidarita – Socialist Solidarity (Czech Republic)
Tribuna Classista (Brazil)
UFCLP- United Front Committee for a Labor Party (US)
Workers Solidarity (South Korea)

 

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